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Juncker a tutto campo: patto di stabilità, Brexit e visto per i turisti

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jean claude juncker

Il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker è tornato a parlare di patto di stabilità, di quel patto di stabilità tanto osteggiato dai Paesi del Mediterraneo. Il senso del suo discorso è semplice: quello che è nato come patto di stabilità non può in alcun modo trasformarsi in una sorta di “patto di flessibilità”.

Bayer acquista Monsanto

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bayer

L’azienda tedesca Bayer è riuscita a convincere i manager della Monsanto a dare il via libero per l’acquisizione e fusione dell’azienda a 128 dollari ad azione.

Quattro mesi di trattative per dare il via libera al progetto per creare un colosso globale della chimica agraria, specializzato nelle sementi. Una volta perfezionata, si tratterà della più grande acquisizione all’estero mai effettuata da una società tedesca.

In realtà dietro questa fusione, anzi cessione, si nasconde una realtà un po’ meno brillante: la necessità di reagire ad un potenziale rallentamento del business dell’Ogm, con i prezzi dei raccolti ai minimi infatti gli agricoltori americani fanno fatica a reggere i prezzi delle sementi hi tech.

Bayer acquisterà la Monsanto pagandola in contanti, con una combinazione di debito e titoli per 19 miliardi circa, si tratterà di obbligazioni convertibili e diritti di sottoscrizione. Sia i bond che il prestito ponte da 57 miliardi, garantito da banche del calibro di Credit Suisse, Goldman Sachs, Hsbc, JP Morgan e BofA Merrill Lynch, avranno un costo di finanziamento limitato dal contesto di bassi tassi di interesse.

Monsanto viene valorizzata 66 miliardi di dollari, debito incluso, e le sue azioni valgono 128 dollari l’una.

C’è però chi è preoccupato da questa fusione. Coldiretti, ad esempio, sostiene che questo oligopolio aumenta lo squilibrio di potere contrattuale nei confronti degli agricoltori. Ritiene inoltre che tutto sia spinto dal flop delle semine Ogm, crollate del 18% in Europa nel 2015 e che per la prima volta hanno fatto registrare un calo a livello mondiale, a conferma della crescente diffidenza nei confronti della tecnologia.

Oggi l’amministratore delegato di Bayer, Werner Baumann, parla di un grande passo avanti sulle sementi e nel rafforzamento della leadership dell’azienda quale gruppo globale innovativo. Hugh Grant, presidente e ad di Monsanto dichiara di credere fortemente in questa fusione, il cui prezzo rappresenta un valore a beneficio degli azionisti.

Danimarca pronta ad uscire dall’UE?

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danimarca

Pericolo di reazione a catena per l’Unione Europea con la Danimarca interessata ad abbandonare l’Eurozona.

La permanenza della Danimarca tra i 27 Paesi membri dell’Unione Europea potrebbe essere messa in crisi.

La Danimarca è stato uno dei primi Paesi ad aderire all’Unione Europea nel 1973, ma oggi il Partito del Popolo Danese vede nell’UE un pericolo per il Paese, specialmente a causa del flusso migratorio.

Lo scorso dicembre, in occasione del referendum, il popolo danese ha respinto la proposta del governo di rafforzare l’integrazione europea in materia di giustizia e sicurezza. Oggi la Danimarca rischia di uscire dall’Europol e di abbandonare l’Unione Europea.

Dopo la notizia delle classi separate per figli di migranti in un liceo di Aarhus, seconda città danese, arrivano anche i risultati di un sondaggio che vede il Paese favorevole ad un’uscita dall’Unione europea. La principale preoccupazione del Paese sembra essere infatti il fenomeno migratorio che negli ultimi anni ha colpito la Danimarca, sebbene non abbia intaccato il benessere della nazione che, secondo l’ONU è il Paese con migliore qualità della vita. Non sono molti però i danesi che la pensano così e sono proprio coloro che aumentano le fila degli euroscettici e che collegano il problema al trattato di Schengen.

Proprio il trattato sembra essere il nodo cruciale su cui il Partito del Popolo Danese fa leva per spingere il Paese ad abbandonare l’Unione Europea, come è accaduto per la Gran Bretagna. Uscire dall’Europa e chiudere le frontiere sembrano essere le uniche soluzioni per salvaguardare il Paese, secondo il Partito, che sta spingendo per arrivare al referendum. Il consenso sarebbe molto ampio, secondo un recente sondaggio infatti, il 42% dei danesi vorrebbe un referendum per decidere la permanenza in UE, mentre le preferenze per restare sono diminuite, passando dal 56% al 44%. Nel frattempo, gli euroscettici hanno registrato un’impennata, raggiungendo quota 56% oggi e facendo pensare che, in caso di referendum, in Danimarca vincerebbe il “leave”.

Il trattato di Schengen è ritenuto oggi un ostacolo ed una potenziale catastrofe per il Paese, più della Russia di Putin che potrebbe addirittura aiutare la Danimarca ad uscire dall’UE.

Il rischio di reazioni a catena post Brexit c’è e, in particolare, occorre tenere d’occhio la Danimarca che sembra essere davvero intenzionata all’uscita.

Draghi: l’Europa ha bisogno di una politica comune

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draghi

Il Presidente della Bce, Mario Draghi, ha dichiarato, in occasione della cerimonia in cui ha ritirato il Premio De Gasperi-Costruttori d’Europa, che all’Europa serve una politica comune su economia, difesa, migrazioni e sicurezza.

Il mercato unico, secondo il presidente, deve essere completato. La sovranità nazionale resta, a suo parere, l’elemento fondamentale di ciascun governo, ma per le sfide che trascendono i confini nazionali l’unico modo per difendere la sovranità è condividerla all’interno dell’Unione Europea. Equità fiscale, creazione di un fondo europeo di assicurazione dei disoccupati, di formazione professionale ecc. sono tutti argomenti e progetti che vanno nella stessa direzione.

In ambito difesa, migrazioni e sicurezza, le iniziative europee sono essenziali, secondo Draghi. L’Unione Europea ha assicurato la sicurezza fisica ed economica dei suoi cittadini per molti anni, ma l’insoddisfazione crescente ha portato a fenomeni quali la Brexit, dovuta proprio ad insicurezza e globalizzazione tra le altre cause.

L’accordo di Schengen non ha previsto rafforzamenti delle frontiere esterne. L’opinione pubblica, di fronte alle migrazioni, vede diminuire la fiducia nell’Europa e negli Stati nazionali. La domanda da porsi, secondo Draghi, è se valga ancora la pena lavorare insieme.

Il Premio De Gasperi è proprio legato all’unità europea e, per la prima volta, viene consegnato ad un tecnico e non ad un politico. Paolo Pombeni, professore dell’Università di Bologna, storico e segretario del Premio De Gasperi, ha spiegato i motivi dell’assegnazione del premio a Mario Draghi, ripercorrendo la storia della Bce e il ruolo di Draghi, da Presidente della Banca d’Italia a Presidente della Bce. Ha inoltre evidenziato il coraggio e la determinazione di Draghi, lo spirito creativo e la competenza. Draghi, secondo Pombeni, si assume la responsabilità di costruire l’Europa e di queste persone il Paese ha grande bisogno.

“Il premio verrà devoluto alle vittime del terremoto”, ha concluso Draghi ricevendo il premio De Gasperi dal vicepresidente della Provincia autonoma di Trento, Alessandro Olivi, alla presenza, tra gli altri del presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Consob: famiglie italiane rimandate in finanza

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Secondo il Rapporto Consob 2016 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, queste ultime non hanno conoscenza in materia sufficienti.

Più del 20% delle famiglie intervistate ha dichiarato di non avere conoscenze in ambito finanziario, nè familiarità con alcuno strumento finanziario. Inoltre circa l’8% di coloro che investono non sa cosa possiede e il restante 80% investe per lo più in titoli di stato e obbligazioni bancarie.

Dall’intervista è risultato che solo il 40% delle famiglie ha saputo definire correttamente “inflazione”, o il rapporto rischio-rendimento. Per concetti più avanzati invece, relativi a prodotti diffusi il rapporto ha registrato una percentuale dell’11%.

Dall’indagine è risultato omogeneo il livello di conoscenze finanziarie tra uomini e donne, mentre è risultato più elevato al Nord anzichè al Sud.

Il 24% degli intervistati decide in maniera autonoma i propri investimenti, il 38% segue suggerimenti di familiari o colleghi, il 28% chiede parere a professionisti del settore e solo il 10% delega un esperto. Maggiore è la cultura finanziaria, maggiore il ricorso alla consulenza professionale.

Sempre secondo il Rapporto 2016 della Consob, dal 2007 ad oggi oltre la metà del portafoglio investimenti degli italiani è fatto di depositi bancari e postali (38% nel 2007, 52% nel 2015), mentre sono diminuiti gli investimenti in azioni (-43%) e Titoli di Stato (-23%). Sono aumentati gli investimenti in obbligazioni bancarie italiane.

I fattori che hanno incentivato la partecipazione delle famiglie italiane ai mercati finanziari sono: la possibilità di acquistare prodotti con capitale e/o rendimento minimo garantito e la fiducia negli intermediari. I fattori che hanno invece disincentivato la partecipazione delle famiglie italiane ai mercati sono: la mancanza di risparmi da investire, il timore di incorrere in perdite in conto capitale, l’esposizione agli andamenti di mercato e la mancanza di fiducia negli intermediari.

La ricchezza netta delle famiglie dell’Eurozona è aumentata del 3,2% nel 2015. Rafforzamento testimoniato dalla ripresa dell’occupazione e dall’aumento del reddito disponibile, che è andato di pari passo con il costante miglioramento del sentiment degli operatori. La situazione è rimasta pressochè invariata invece in Italia, dove si è registrato uno 0,4% circa nel 2015.

 

Sterline: da oggi saranno di plastica

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sterline

Da oggi la Gran Bretagna mette in circolazione le nuove banconote da 5 sterline, in plastica, Made in Italy.

Stampate in Italia, negli stabilimenti delle Officine Meccaniche Cerruti di Casale Monferrato, durano più a lungo e sono più difficili da falsificare, ma hanno un difetto: si attaccano facilmente una all’altra. Riportano l’immagine della Regina Elisabetta da un lato e quella di Winston Churchill dall’altro, possono resistere all’usura per cinque anni e sono praticamente indistruttibili o quasi perchè temono il fuoco, come la carta del resto!

Il costo di produzione iniziale è più alto rispetto alle banconote in carta, ma il fatto che dureranno più a lungo nel tempo le rende di fatto meno costose. Sono più piccole del 15% rispetto a quelle tradizionali e contengono inoltre alcuni accorgimenti ad alta tecnologia che dovrebbero renderle più difficili da contraffare, secondo quanto dichiarato dal Ministero del Tesoro britannico.

Sono ecologiche: si abbatteranno infatti meno alberi per la produzione delle stesse e, quando le nuove banconote in plastica non saranno più utilizzabili, potranno essere riciclate. Tanti i vantaggi e uno svantaggio importante però: essendo di plastica, con il caldo, potrebbero appiccicarsi una all’altra. I consumatori pertanto devono essere avvertiti del problema, di modo che controllino attentamente la banconota quando effettuano il pagamento per essere certi di non consegnarne di più.

Le banconote tradizionali resteranno in circolazione solo fino al prossimo maggio, poi risulteranno valide solo quelle in plastica. Nel 2017 saranno introdotte le banconote da 10 sterline in plastica, riportanti l’immagine della scrittrice Jane Austen, e nel 2020 faranno capolino le banconote da 20 sterline, con il volto del pittore J. M. Turner.

Sono più di trenta i paesi del mondo che utilizzano oggi banconote in plastica. Tra questi: Australia, primo paese ad introdurle nel 1998, Nuova Zelanda, Messico, Canada e Singapore.

Proprio oggi la Gran Bretagna pubblica le guide per l’utilizzo delle nuove banconote, avvertendo i consumatori dello svantaggio che queste presentano e comunicando che, naturalmente, potranno essere piegate, proprio come quelle di carta.

Mediaset contro Vivendi per Premium: chi vincerà?

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In stallo la trattativa tra Mediaset e Vivendi per l’acquisto di Mediaset Premium: nessuna delle due società infatti sembra essere intenzionata a cedere. Nel frattempo, Sky sembra voler tornare in partita, secondo quanto afferma la banca svizzera UBS.

Il patto tra le due aziende prevedeva inizialmente la cessione del 100% di Mediaset Premium all’azienda francese e, allo stesso tempo, uno scambio azionario sul 3,5% del capitale delle due aziende. La controproposta di Vivendi invece consiste nell’acquisto del 20% di Premium, per poi arrivare a circa il 15% del capitale Mediaset in un triennio.

 

Mediaset si era dichiarata disponibile ad esaminare altre proposte, ma solo con l’accordo delle due parti. Ad oggi però la situazione è ancora in stallo.

La rottura tra Vivendi e Mediaset, le cui visioni sulle prospettive economiche e sulle valutazioni della pay tv si sono rivelate troppo distanti, ha riportato sul campo Sky. Una possibile fusione tra Sky e Mediaset Premium avrebbe un forte senso industriale, in quanto ad oggi il mercato delle pay tv in Italia è fermo e le aziende sono costrette ad abbassare costantemente i prezzi degli abbonamenti. Anche gli utenti ne beneficierebbero in quanto, con la fusione dei due colossi, potrebbero approfittare di un catalogo più completo nei contenuti.

UBS propone diverse ipotesi a riguardo. La prima vede Mediaset riprendere il controllo della sua pay tv, senza rinnovare a fine 2018 i diritti della Champions League, che sono costati all’azienda 690 milioni di euro. Rinunciando ai diritti della Champions, Mediaset otterrebbe dei vantaggi dal punto di vista finanziario, ma vedrebbe calare i suoi abbonati Premium.

Un altro scenario proposto da UBS vede Mediaset rinnovare i diritti della Champions con Premium per un altro triennio, rischiando di veder aumentare il suo debito in modo esponenziale, senza una parallela crescita degli abbonati.

La terza possibilità vede invece Sky acquistare il 100% di Mediaset Premium rimanendo praticamente senza concorrenti, ma a questo punto l’intervento dell’Antitrust sarebbe scontato.

E ancora, il quarto scenario prospettato dalla banca svizzera vede Sky Italia e Mediaset Premium istituire una joint venture per controllare tutti gli asset delle due pay tv.

Infine, UBS ipotizza la ricerca di un nuovo acquirente o ancora un accordo tra Mediaset e Vivendi, soluzione però quest’ultima poco praticabile.

 

Enel, Telecom Italia e la banda larga

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Cattaneo si sente discriminato e non ha intenzione di tirarsi indietro in un settore che ha visto la sua azienda monopolista per anni. Pertanto l’ad ha richiesto: assenza di vincoli regolamentari per tutti gli operatori, o paletti anche per Enel, e rigida separazione contabile e organizzativa tra il gruppo elettrico e Enel Open Fiber, la controllata per la fibra, annullamento della delibera del Garante 120 del 2016 che regola la vendita wholesale e del bando di Infratel per Abruzzo, Emilia Romagna, Lombardia, Molise, Toscana e Veneto, del 3 giugno 2016.

La controffensiva di Telecom Italia si gioca su più fronti, coinvolge più soggetti e potrebbe far vacillare gli obiettivi del governo in materia banda larga. Si parla infatti di un ricorso al Tar del Lazio contro Agcom, il Garante per le Comunicazioni, il ministero per lo Sviluppo economico e Infratel, società del ministero e braccio operativo nell’operazione; nonchè un esposto agli uffici della Direzione generale per la Concorrenza della Commissione europea che attende chiarimenti dal Garante italiano.

L’obiettivo è colpire Enel, guidata da Francesco Starace, che è stata preferita a Telecom Italia dalla Cassa depositi e prestiti per vendere le quote di controllo di Metroweb, e che è scesa in campo per la costruzione della nuova Rete a banda larga.

A Telecom Italia non va giù la delibera del Garante che regola la vendita wholesale, in quanto i prezzi devono essere applicati in modo equo e non discriminatorio, secondo l’azienda, che ne chiede pertanto l’annullamento. Secondo Telecom infatti, Infratel stabilisce i prezzi del noleggio della rete in caso di un finanziamento pubblico totale, mentre questo è compito del Garante.

Cattaneo inoltre ribadisce da mesi la necessità di una regolamentazione uguale per tutti che metta le imprese nelle stesse condizioni. “È giusto far rispettare le regole a Telecom. Però poi vogliamo che queste regole vengano applicate a tutti. E le regole vanno date prima, non dopo, e devono essere uguali per tutti”, questo il pensiero dell’ad di Telecom che è intenzionato a difendere gli interessi della sua azienda ad ogni costo.

La richiesta di Telecom in breve è “Meno paletti a Telecom o maggiori regole ad Enel”. Infatti o l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato regolamenta anche i nuovi attori, oppure deregolamenta Telecom, perchè altrimenti i nuovi entranti possono fornire un collegamento e venderlo wholesale ad un prezzo stabilito, mentre Telecom si trova costretta a vendere, magari anche un collegamento qualitativamente meno valido, ad un prezzo più alto.

Nelle scorse settimane inoltre Telecom ha siglato un accordo con A2A per lo sviluppo comune delle infrastrutture in fibra ottica a Milano. Telecom potrà quindi utilizzare le canaline di A2A per la posa della fibra ottica o per progetti comuni sulla rete. Al momento l’accordo tra le due aziende riguarderà solo l’area milanese, dove Telecom non utilizza la rete Metroweb, ma l’accordo potrebbe estendersi anche ad altre città.

 

 

Hillary Clinton e le conseguenze di un suo abbandono

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Le opzioni binarie e digitali sono vietate in Europa. I contenuti relativi ad opzioni restano in archivio a solo scopo informativo. Se non sei un cliente professionista, ti invitiamo a valutare il Trading Forex, CFD o Criptovalute

La candidata democratica per la Casa Bianca è malata. Le è stata diagnosticata la polmonite, secondo le notizie pervenute dopo che la Clinton è svenuta e ha dovuto abbandonare la cerimonia per le vittime dell’11 settembre a Ground Zero. Sembra proprio che i farmaci per curare la polmonite siano stati la causa del malore.

Potrà proseguire la campagna elettorale? I dubbi di opinionisti, giornalisti, cittadini e investitori sono molti. Al momento sembra difficile che la Clinton possa abbandonare la corsa alla Casa Bianca, ma questa è certamente una delle ipotesi al momento sul piatto.

La Clinton ha dichiarato di sentirsi bene, il giorno seguente all’accaduto, ma sono in tanti a chiedersi se sarà in grado di proseguire la campagna elettorale.

Le opzioni alternative

Solo la Clinton potrà decidere in merito al suo eventuale ritiro dai giochi e, per il momento, non sembra orientata in tal senso. Ma se decidesse di abbandonare, chi potrebbe rimpiazzarla?

Le opzioni sarebbero due: Bernie Sanders, il secondo classificato alle primarie del Partito Democratico, oppure potrebbe esserci una seduta dei delegati per l’elezione di un nuovo candidato. In questo caso i contendenti potrebbero essere Bernie Sanders e Joe Biden, attuale vicepresidente di Barak Obama.

Cosa dice Wall Street?

Nel caso di vittoria di Sanders le cose potrebbero mettersi molto male per Wall Street. Sanders si è più volte scagliato contro i legami tra Clinton e Wall Street. In un’intervista disse infatti che la Clinton è dipendente e fortemente influenzata dai big money. Esattamente ciò che ha sempre detto anche Trump, che ha più volte accusato la Clinton di essere legata alle lobby.

Trump si è inoltre più volte scagliato contro la Yellen, capo della Federal Reserve, che avrebbe tenuto i tassi di interesse bassi appositamente per permettere la salita ai massimi storici degli indici americani, in modo da far uscire di scena Obama con tutti gli onori.

Trump ha sempre dichiarato di voler cambiare i vertici della Fed e lo stesso potrebbe fare Sanders; in questo caso le cose per i mercati USA e per gli europei, di riflesso, potrebbero mettersi molto male.

Nel caso invece di vittoria del candidato democratico Biden, per i mercati statunitensi sarebbe una buona notizia in quanto egli ha sempre sostenuto la Clinton e le sue politiche e i suoi interessi sono molto simili a quelli della candidata.

Nel frattempo Donald Trump recupera consensi e si avvicina sempre di più e inesorabilmente alla Clinton.

 

 

Leonardo-Finmeccanica-Airbus: fusione?

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leonardo-finmeccanica

Sembra sia in atto una fusione tra Leonardo, Finmeccanica e Airbus, secondo alcuni rumors di settore. Secondo le indiscrezioni, infatti la fusione tra i gruppi sarebbe proprio una delle conseguenze della Brexit. L’indecisione, le incertezze e l’instabilità generate dalla decisione del Regno Unito di abbandonare l’Unione Europea potrebbero far sì che molte società decidano di allontanarsi dal mercato inglese.

Già da fine agosto era iniziata a circolare l’ipotesi di una fusione tra il comparto missili ed elicotteri di Leonardo-Finmeccanica e Airbus, ma a settembre si è avuta la vera e propria reazione del mercato alla prospettiva di un’unione delle aziende.

Leonardo-Finmeccanica è stata inserita per il settimo anno consecutivo, negli indici di sostenibilità del Dow Jones. Si tratta di indici azionari che valutano le performance di sostenibilità delle 2.500 compagnie più grandi che fanno parte del Dow Jones Global Total Stock Market Index. L’inclusione nell’indice è limitata alle aziende con le performance migliori in ambito di sostenibilità.

Come sta reagendo il mercato alla notizia?

All’inizio dell’estate Leonardo-Finmeccanica era crollata pesantemente a quota 8 euro; in seguito alle notizie di una possibile fusione con Airbus, le azioni avevano ricominciato a salire e il titolo aveva raggiunto quota 10,5 euro. Oggi il titolo è a quota 10,823 euro e l’inclusione di Leonardo negli indici di sostenibilità del Dow Jones non può fare che rafforzare questo andamento.

Anche le azioni Airbus hanno beneficiato dalla notizia e sono passate da 54,38 euro a 55,92 euro.

Quando la fusione?

Ad oggi non vi è stata ancora alcuna conferma o smentita ufficiale da parte delle due società, pertanto le indiscrezioni restano ancora tali nonostante le forti reazioni dei mercati che continua a registrare Leonardo in salita a Piazza Affari, sopratutto ora che è stato confermato negli indici di sostenibilità del Dow Jones.