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Obbligazioni: rendimenti in forte aumento

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I rendimenti dei titoli di stato sembrano essere in forte aumento: questo porta un certo sollievo agli investitori, ma nel medio termine mette in difficoltà i governi.

I rendimenti del Tesoro degli Stati Uniti e quelli del Bund a 10 anni sono entrambi in salita, lo stesso vale per i titoli di Stato giapponesi a 30 anni il cui ritorno è salito velocemente, dando un rendimento intorno allo 0,5% agli investitori.

I rendimenti delle obbligazioni sono stati mantenuti bassi per anni grazie alla politica delle banche centrali, ma le recenti aspettative per un possibile aumento dei tassi di interesse della Federal Reserve e le notizie deludenti da parte di Bank of Japan e BCE, hanno spinto al ribasso i prezzi delle obbligazioni, provocando un rialzo dei rendimenti.

La maggior parte dei recenti movimenti sono causati dalla Bank of Japan che è impegnata a modificare la struttura dei suoi acquisti nel Quantitative Easing, a causa del cattivo funzionamento del suo programma di acquisto di asset.

Se a questo uniamo il mancato commento della BCE che mette in discussione la sostenibilità del programma di acquisto della banca centrale stessa, abbiamo un rialzo dei bond a lungo termine.

I rendimenti bassi sono stati a lungo una questione spinosa e urgente, in quanto spingono gli investitori a cercare altrove nei mercati e a prendersi rischi maggiori. Secondo Fitch Ratings, gli investitori sul mercato obbligazionario dei titoli di stato hanno circa 500 miliardi di dollari in meno di entrate rispetto al 2011.

Chi trae maggior vantaggio dai rendimenti obbligazionari bassi sono stati gli emittenti stessi, ovvero gli Stati. I governi hanno potuto prendere in prestito molto denaro a buon mercato per anni, in molti casi offrono obbligazioni con rendimenti negativi, il che significa che gli investitori pagano per prestare denaro agli emittenti.

Se i rendimenti dei titoli dovessero rimanere bassi, i governi potrebbero essere stimolati ad aumentare la spesa pubblica, con tutti i rischi del caso.

Il Salone del Gusto compie venti anni

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Il Salone del Gusto, inventato da Slow Food nel 1996, compie venti anni ed è pronto alla nuova edizione che si terrà a Torino dal 22 al 26 settembre prossimi.

Questi venti anni sono stati ripercorsi in un incontro tenutosi al grattacielo di Intesa Sanpaolo al quale hanno partecipato, tra gli altri, il sindaco di Torino Chiara Appendino, il governatore del Piemonte ai tempi della prima edizione dell’evento, Enzo Ghigo, il prefetto Renato Saccone, l’ex presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo Enrico Salza, l’assessore regionale all’agricoltura del Piemonte Giorgio Ferrero, l’imprenditore Giuseppe Lavazza.

Il Salone nacque nel 1996, a pochi anni dalla tragedia del vino al metanolo e quando cominciava ad essere ben visibile la perdita di biodiversità artigiana. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e presidente internazionale dell’associazione, dice di aver interpretato la necessità di rappresentare quell’economia. Grazie al Salone infatti hanno rinnovato il rapporto con Torino che non dava risposta alle richieste del mondo dell’agricoltura.

Enzo Ghigo, allora alla guida di una giunta regionale di centrodestra, ha invece ricordato perchè la Regione decise di sostenere il Salone del Gusto: il merito della proposta convinse Ghigo in quanto rispondeva alla necessità di dare al Piemonte una prospettiva diversa, un’alternativa alla vocazione legata esclusivamente al mondo dell’automobile.

La sensibilità per l’agricoltura, la biodiversità, il diritto all’alimentazione si sono sviluppate grazie al Salone in un certo senso che è diventato un fatto culturale. Il Salone aveva anche rischiato di essere spostato a Milano ma lì non aveva funzionato, mentre Torino lo ha saputo accogliere.

Nella prima edizione del 1996 il Salone occupava solo un padiglione e si erano registrati 50 mila visitatori, due giorni dopo la fine della prima edizione era già chiaro che l’anno successivo l’intero centro fieristico del Lingotto sarebbe stato teatro del Salone.

Il sindaco Appenino ha invece ricordato la sua personale esperienza al Salone quando nel 2002 faceva da standista per il pesto ligure.

 

Poste mette le mani su Sia: una mossa da 278 milioni

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Poste Italiane tira dritto nella sua campagna di espansione e per raggiungere l’obiettivo che si era data, ha piazzato un investimento da 278 milioni di euro che le ha permesso di acquisire il 14.85% di Sia, società leader in Europa nei servizi di pagamento. A vendere la propria quota è stato Fsi investimenti, fondo interno a Cassa Depositi e Prestiti.

Bill Ford: l’auto senza guidatore sarà la nuova frontiera

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Secondo Bill Ford, Presidente esecutivo di Ford e nipote del fondatore, la maggior parte delle persone oggi si concentra nelle grandi città, creando ingorghi nel sistema stradale. Questo ci impedisce di muoverci liberamente ed è stata proprio questa restrizione della libertà a far nascere l’esigenza nel costruttore americano di elaborare e sviluppare l’auto senza conducente.

Non ci sono alleanze al momento, anche se il presidente non esclude la possibilità di effettuare accordi con Apple o Google nel futuro.

Secondo Ford, ci troviamo sull’orlo di una seconda rivoluzione della mobilità individuale, siamo di fronte ad un cambiamento che coinvolge il nostro modo di muoverci, ma anche ogni forma di trasporto e tutto dovrà avvenire in un lasso di tempo brevissimo.

Entro il 2021 infatti Ford produrrà in serie una vettura dedicata, con motore elettrico, che guiderà da sola. Un’auto che vede, anticipa, corregge e percepisce tutte le difficoltà della circolazione stradale. Che si adatta all’ambiente ed è dotata di intelligenza artificiale, che si sostituisce a quella dell’uomo. Anche gli interni potrebbero subire una trasformazione: i sedili si trasformeranno in poltrone, come in un salotto, con un tavolo al centro.

Al momento circolano per le strade della California, dell’Arizona e del Michigan circa trenta modelli ibridi, ma l’intento di Ford è quello di triplicare queste cifre entro il 2017, creando la più grande flotta di auto ibride rispetto a quella degli altri produttori. Entro il 2017 anche la squadra di ingegneri e scienziati raddoppierà. Ford ha investito oltre 4,3 miliardi per accelerare lo sviluppo di tutte le tecnologie per anticipare le esigenze del futuro trasporto individuale. Ford ha inoltre siglato da poco un accordo di cooperazione con il motore di ricerca cinese Baidu, investendo 150 milioni di dollari nell’azienda californiana Velodyne, specializzata nella produzione di sensori, e ha acquisito Saips, compagnia israeliana nel campo intelligenza artificiale.

Ford vuole rendere il mondo un posto migliore, come dichiara il suo Ceo, Mark Fields, cambiare la vita delle persone, andare oltre il ruolo tradizionale che le auto svolgono oggi nella società.

Non sarà certo la situazione di mercato americana a fermare il colosso. Le vendite dovrebbero scendere nel 2017, ma Ford ha già dichiarato che accelererà il taglio dei costi e della produzione quest’anno.

Bill Gates spiazza tutti: “I soldi non mi servono, teneteveli”

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“La stragrande maggioranza dei soldi che ho non mi serve. Direi che oltre il 95% del denaro in mio possesso non è necessario né a me e nemmeno alla mia famiglia. Per questo ho la possibilità e l’opportunità di restituire questi soldi alla società, per accelerare l’innovazione a favore dei più poveri”. Sono parole shock quelle pronunciate da Bill Gates durante un’intervista al Corriere della Sera.

Juncker a tutto campo: patto di stabilità, Brexit e visto per i turisti

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Il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker è tornato a parlare di patto di stabilità, di quel patto di stabilità tanto osteggiato dai Paesi del Mediterraneo. Il senso del suo discorso è semplice: quello che è nato come patto di stabilità non può in alcun modo trasformarsi in una sorta di “patto di flessibilità”.

Bayer acquista Monsanto

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L’azienda tedesca Bayer è riuscita a convincere i manager della Monsanto a dare il via libero per l’acquisizione e fusione dell’azienda a 128 dollari ad azione.

Quattro mesi di trattative per dare il via libera al progetto per creare un colosso globale della chimica agraria, specializzato nelle sementi. Una volta perfezionata, si tratterà della più grande acquisizione all’estero mai effettuata da una società tedesca.

In realtà dietro questa fusione, anzi cessione, si nasconde una realtà un po’ meno brillante: la necessità di reagire ad un potenziale rallentamento del business dell’Ogm, con i prezzi dei raccolti ai minimi infatti gli agricoltori americani fanno fatica a reggere i prezzi delle sementi hi tech.

Bayer acquisterà la Monsanto pagandola in contanti, con una combinazione di debito e titoli per 19 miliardi circa, si tratterà di obbligazioni convertibili e diritti di sottoscrizione. Sia i bond che il prestito ponte da 57 miliardi, garantito da banche del calibro di Credit Suisse, Goldman Sachs, Hsbc, JP Morgan e BofA Merrill Lynch, avranno un costo di finanziamento limitato dal contesto di bassi tassi di interesse.

Monsanto viene valorizzata 66 miliardi di dollari, debito incluso, e le sue azioni valgono 128 dollari l’una.

C’è però chi è preoccupato da questa fusione. Coldiretti, ad esempio, sostiene che questo oligopolio aumenta lo squilibrio di potere contrattuale nei confronti degli agricoltori. Ritiene inoltre che tutto sia spinto dal flop delle semine Ogm, crollate del 18% in Europa nel 2015 e che per la prima volta hanno fatto registrare un calo a livello mondiale, a conferma della crescente diffidenza nei confronti della tecnologia.

Oggi l’amministratore delegato di Bayer, Werner Baumann, parla di un grande passo avanti sulle sementi e nel rafforzamento della leadership dell’azienda quale gruppo globale innovativo. Hugh Grant, presidente e ad di Monsanto dichiara di credere fortemente in questa fusione, il cui prezzo rappresenta un valore a beneficio degli azionisti.

Danimarca pronta ad uscire dall’UE?

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Pericolo di reazione a catena per l’Unione Europea con la Danimarca interessata ad abbandonare l’Eurozona.

La permanenza della Danimarca tra i 27 Paesi membri dell’Unione Europea potrebbe essere messa in crisi.

La Danimarca è stato uno dei primi Paesi ad aderire all’Unione Europea nel 1973, ma oggi il Partito del Popolo Danese vede nell’UE un pericolo per il Paese, specialmente a causa del flusso migratorio.

Lo scorso dicembre, in occasione del referendum, il popolo danese ha respinto la proposta del governo di rafforzare l’integrazione europea in materia di giustizia e sicurezza. Oggi la Danimarca rischia di uscire dall’Europol e di abbandonare l’Unione Europea.

Dopo la notizia delle classi separate per figli di migranti in un liceo di Aarhus, seconda città danese, arrivano anche i risultati di un sondaggio che vede il Paese favorevole ad un’uscita dall’Unione europea. La principale preoccupazione del Paese sembra essere infatti il fenomeno migratorio che negli ultimi anni ha colpito la Danimarca, sebbene non abbia intaccato il benessere della nazione che, secondo l’ONU è il Paese con migliore qualità della vita. Non sono molti però i danesi che la pensano così e sono proprio coloro che aumentano le fila degli euroscettici e che collegano il problema al trattato di Schengen.

Proprio il trattato sembra essere il nodo cruciale su cui il Partito del Popolo Danese fa leva per spingere il Paese ad abbandonare l’Unione Europea, come è accaduto per la Gran Bretagna. Uscire dall’Europa e chiudere le frontiere sembrano essere le uniche soluzioni per salvaguardare il Paese, secondo il Partito, che sta spingendo per arrivare al referendum. Il consenso sarebbe molto ampio, secondo un recente sondaggio infatti, il 42% dei danesi vorrebbe un referendum per decidere la permanenza in UE, mentre le preferenze per restare sono diminuite, passando dal 56% al 44%. Nel frattempo, gli euroscettici hanno registrato un’impennata, raggiungendo quota 56% oggi e facendo pensare che, in caso di referendum, in Danimarca vincerebbe il “leave”.

Il trattato di Schengen è ritenuto oggi un ostacolo ed una potenziale catastrofe per il Paese, più della Russia di Putin che potrebbe addirittura aiutare la Danimarca ad uscire dall’UE.

Il rischio di reazioni a catena post Brexit c’è e, in particolare, occorre tenere d’occhio la Danimarca che sembra essere davvero intenzionata all’uscita.

Draghi: l’Europa ha bisogno di una politica comune

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Il Presidente della Bce, Mario Draghi, ha dichiarato, in occasione della cerimonia in cui ha ritirato il Premio De Gasperi-Costruttori d’Europa, che all’Europa serve una politica comune su economia, difesa, migrazioni e sicurezza.

Il mercato unico, secondo il presidente, deve essere completato. La sovranità nazionale resta, a suo parere, l’elemento fondamentale di ciascun governo, ma per le sfide che trascendono i confini nazionali l’unico modo per difendere la sovranità è condividerla all’interno dell’Unione Europea. Equità fiscale, creazione di un fondo europeo di assicurazione dei disoccupati, di formazione professionale ecc. sono tutti argomenti e progetti che vanno nella stessa direzione.

In ambito difesa, migrazioni e sicurezza, le iniziative europee sono essenziali, secondo Draghi. L’Unione Europea ha assicurato la sicurezza fisica ed economica dei suoi cittadini per molti anni, ma l’insoddisfazione crescente ha portato a fenomeni quali la Brexit, dovuta proprio ad insicurezza e globalizzazione tra le altre cause.

L’accordo di Schengen non ha previsto rafforzamenti delle frontiere esterne. L’opinione pubblica, di fronte alle migrazioni, vede diminuire la fiducia nell’Europa e negli Stati nazionali. La domanda da porsi, secondo Draghi, è se valga ancora la pena lavorare insieme.

Il Premio De Gasperi è proprio legato all’unità europea e, per la prima volta, viene consegnato ad un tecnico e non ad un politico. Paolo Pombeni, professore dell’Università di Bologna, storico e segretario del Premio De Gasperi, ha spiegato i motivi dell’assegnazione del premio a Mario Draghi, ripercorrendo la storia della Bce e il ruolo di Draghi, da Presidente della Banca d’Italia a Presidente della Bce. Ha inoltre evidenziato il coraggio e la determinazione di Draghi, lo spirito creativo e la competenza. Draghi, secondo Pombeni, si assume la responsabilità di costruire l’Europa e di queste persone il Paese ha grande bisogno.

“Il premio verrà devoluto alle vittime del terremoto”, ha concluso Draghi ricevendo il premio De Gasperi dal vicepresidente della Provincia autonoma di Trento, Alessandro Olivi, alla presenza, tra gli altri del presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Consob: famiglie italiane rimandate in finanza

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Secondo il Rapporto Consob 2016 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, queste ultime non hanno conoscenza in materia sufficienti.

Più del 20% delle famiglie intervistate ha dichiarato di non avere conoscenze in ambito finanziario, nè familiarità con alcuno strumento finanziario. Inoltre circa l’8% di coloro che investono non sa cosa possiede e il restante 80% investe per lo più in titoli di stato e obbligazioni bancarie.

Dall’intervista è risultato che solo il 40% delle famiglie ha saputo definire correttamente “inflazione”, o il rapporto rischio-rendimento. Per concetti più avanzati invece, relativi a prodotti diffusi il rapporto ha registrato una percentuale dell’11%.

Dall’indagine è risultato omogeneo il livello di conoscenze finanziarie tra uomini e donne, mentre è risultato più elevato al Nord anzichè al Sud.

Il 24% degli intervistati decide in maniera autonoma i propri investimenti, il 38% segue suggerimenti di familiari o colleghi, il 28% chiede parere a professionisti del settore e solo il 10% delega un esperto. Maggiore è la cultura finanziaria, maggiore il ricorso alla consulenza professionale.

Sempre secondo il Rapporto 2016 della Consob, dal 2007 ad oggi oltre la metà del portafoglio investimenti degli italiani è fatto di depositi bancari e postali (38% nel 2007, 52% nel 2015), mentre sono diminuiti gli investimenti in azioni (-43%) e Titoli di Stato (-23%). Sono aumentati gli investimenti in obbligazioni bancarie italiane.

I fattori che hanno incentivato la partecipazione delle famiglie italiane ai mercati finanziari sono: la possibilità di acquistare prodotti con capitale e/o rendimento minimo garantito e la fiducia negli intermediari. I fattori che hanno invece disincentivato la partecipazione delle famiglie italiane ai mercati sono: la mancanza di risparmi da investire, il timore di incorrere in perdite in conto capitale, l’esposizione agli andamenti di mercato e la mancanza di fiducia negli intermediari.

La ricchezza netta delle famiglie dell’Eurozona è aumentata del 3,2% nel 2015. Rafforzamento testimoniato dalla ripresa dell’occupazione e dall’aumento del reddito disponibile, che è andato di pari passo con il costante miglioramento del sentiment degli operatori. La situazione è rimasta pressochè invariata invece in Italia, dove si è registrato uno 0,4% circa nel 2015.