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Fusione Bpm-Banco Popolare: pericolo per i dipendenti senza l’accordo

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Tra Bpm e Banco Popolare c’è la possibilità che si giunga alla fusione. Fra una decina di giorni gli azionisti di entrambi gli istituti dovranno approvare o respingere il piano di aggregazione voluto dagli alti vertici delle due banche. Da parte dell’istituto veronese il Sì sembra praticamente scontato, mentre il discorso si fa leggermente più complicato per quel che riguarda Bpm (il quale si ritrova a dover fare i conti con le resistenze portate avanti dallo schieramento dei pensionati).

Brexit, Theresa May accelera i tempi. Crollo della sterlina

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theresa may

Sembrava ci fosse tutto il tempo del mondo per prendere le cose con una certa calma, e invece no: incalzata dai sostenitori della Brexit, il premier britannico Theresa May ha dichiarato in via ufficiale che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea subirà una netta accelerazione rispetto alla tabella di marcia iniziale. La Brexit, insomma, è più vicino di quanto si possa pensare.

Pensioni: ultime novità su Ape, ricongiunzioni e 14esima

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Ci sono ulteriori novità in arrivo per quel che riguarda il comparto pensioni. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha concesso una lunga intervista a Sky, ribadendo che nella prossima legge di Bilancio verranno investiti due miliardi di euro per far fronte al cosiddetto “pacchetto pensioni”.

Inflazione in rialzo

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inflazione

Il dato è tornato a crescere dello 0,1% a settembre di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2015. Calo dello 0,2%, invece, rispetto al mese precedente. La ripresa dei costi è dovuta al rincaro dei prodotti energetici.

Addio deflazione quindi. I prezzi a settembre sono tornati a crescere almeno su base annua, anche se in modo lieve. Secondo le stime provvisorie dell’Istat, a settembre, l’indice nazionale dei prezzi al consumo ha registrato un aumento dello 0,1% rispetto a settembre 2015 (era -0,1% ad agosto). Su base mensile, invece, si è verificata una diminuzione dello 0,2%. Dopo sette mesi consecutivi di diminuzioni tendenziali i prezzi al consumo tornano a crescere anche se di poco, secondo i dati dell’Istat. Questa inversione di tendenza è dovuta principalmente al ridimensionamento della flessione dei prezzi dei beni energetici sia non regolamentati (-2,7%, da -7% di agosto) sia regolamentati (-4,1%, da -5,9%) e, in misura minore, alla ripresa della crescita tendenziale dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+1,1%; la variazione era nulla il mese precedente).

Al netto degli alimentari non lavorati e dei beni energetici, l'”inflazione di fondo” sale a +0,5% (da +0,4% di agosto); al netto dei soli beni energetici si attesta a +0,5% registrando, rispetto al mese precedente (+0,6%), un rallentamento di lieve entità.L’inflazione acquisita per il 2016 risulta pari a -0,1% (era nulla il mese precedente).

Rispetto a settembre 2015, i prezzi dei beni fanno registrare una flessione pari a -0,2% (era -0,5% ad agosto), mentre il tasso di crescita dei prezzi dei servizi scende a +0,4% (da +0,5% del mese precedente). Di conseguenza, rispetto ad agosto 2016, il differenziale inflazionistico tra servizi e beni si riduce di quattro decimi di punto percentuale. La diminuzione su base mensile dell’indice generale dei prezzi al consumo è principalmente ascrivibile ai cali congiunturali, in larga parte dovuti a fattori stagionali, dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (-3,0%) e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,9%).

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona diminuiscono dello 0,1% su base mensile e registrano una variazione nulla su base annua (da +0,6% di agosto). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto aumentano dello 0,1% in termini congiunturali e dello 0,2% in termini tendenziali (era +0,1% ad agosto). Secondo le stime preliminari, l’indice dei prezzi al consumo armonizzato (Ipca) aumenta dell’1,9% su base mensile e dello 0,1% su base annua, con un’inversione di tendenza dal -0,1% di agosto.

VizEat: la gastronomia punta al mercato

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VizEat è la piattaforma di sharing di esperienze gastronomiche tra privati. La startup francese di social eating, fondata nel 2014, ha appena chiuso un round di investimento di 3,8 milioni di euro e si trova ora al suo secondo round, dopo aver portato il suo business in 100 paesi del mondo con una base di 90mila utenti registrati.

In Francia, l’azienda conta 20.000 iscritti, mentre l’Italia è il secondo mercato con circa 10mila membri della piattaforma, in poco più di un anno dall’apertura, avvenuta a febbraio 2015.

Secondo Ester Giacomoni, country manager Italia di VizEat: “Questo secondo round di finanziamento è il risultato del duro lavoro dell’equipe VizEat degli ultimi due anni e prova il successo del nostro modello internazionale. Gli investimenti saranno utilizzati per continuare a rivoluzionare il modo in cui i viaggiatori possono scoprire e entrare in contatto con le persone del luogo e la loro cultura gastronomica in tutto il mondo. Questo rappresenta anche un’ottima possibilità di sviluppo per il mercato italiano in cui desideriamo espanderci ulteriormente”.

Tra i nuovi progetti c’è un ulteriore piano di espansione della community, l’apertura di uffici in Uk e in Germania e l’assunzione di nuovi talenti per rafforzare la squadra. L’ultimo ingresso nell’equipe della startup è Pierrine Griffiths come direttrice Marketing, precedentemente Head of Mobile Acquisition Marketing nel gruppo MeeticMatch.

VizEat inoltre guarda con interesse al mercato del Mice e del Business travel, con un modello di business diverso che prevede l’organizzazione di eventi dedicati con clienti selezionati per meeting che vanno da un minimo di 50 fino a un massimo di 2000 persone.

Per il settore MICE VizEat ha organizzato negli ultimi mesi diverse cene nell’ambito di eventi e conferenze. L’azienda sta collaborando con varie agenzie per l’organizzazione di eventi privati in location esclusive e atipiche ( castelli, rooftop, case di charme..) rispettando sempre lo spirito di VizEat di incontro e scambio con una persona locale. L’azienda annovera partecipazioni a diverse conferenze internazionali come Ouishare Fest a Parigi, la Social Media Week a Milano e prossimamente per il Social Innovation Around a Napoli. Non è da dimenticare inoltre la partnership con Airbnb per l’organizzazione dell’Airbnb Open lo scorso 12 Novembre a Parigi dove VizEat ha creato il più grande evento di Social Eating del mondo con 1000 partecipanti, tutti super Host di Airbnb, che hanno cenato a casa di oltre 200 Hosts VizEat”.

Assicurazioni: è paura

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Attribuire ai titoli di Stato un rischio diverso dallo zero o fissare un tetto al possesso di obbligazioni governative domestiche. Questa è la proposta dell’Europa che fa storcere il naso ai Paesi della periferia dell’Unione europea. Non solo alle banche ma anche alle assicurazioni.

Vediamo nel dettaglio. I titoli di Stato italiani ed esteri in mano alle assicurazioni italiane hanno superato la quota di 300 miliardi di euro. Una crescita esponenziale senza soste. L’incidenza sul totale degli investimenti è oggi del 53,3% ed è diminuita rispetto agli ultimi tre anni: nel dettaglio nel 2014 i titoli di Stato erano il 56,2% del totale e l’anno precedente addirittura il 56,9%. Nel 2008, all’inizio del periodo di riferimento questa percentuale era del 44,6%. Relativamente alla scadenza dei titoli nel portafoglio delle assicurazioni, gli ultimi dati disponibili a giugno 2015 di Banca d’Italia dicono che il 12,1% è rappresentato da titoli di Stato italiani con scadenza inferiore ai 2 anni; il 21,1% è rappresentato da titoli con scadenza compresa tra i 2 e i 5 anni e il 58,7% da titoli con scadenza superiore ai 5 anni; infine un 8,1% è rappresentato da altri titoli di Stato.

Il direttore generale di ANIA Dario Focarelli, associazione che rappresenta le assicurazioni italiane, dice che sono solo ipotesi, ma se domani ci svegliassimo in un mondo con i Btp non più risk-free per le assicurazioni sarebbe un duro colpo, in quanto si avrebbe un significativo aumento del capitale richiesto e si determinerebbe un forte incentivo a vendere i titoli. Dobbiamo, inoltre, tener presente che già adesso in Solvency II un calo del valore del Btp si riflette immediatamente nella riduzione del patrimonio dell’assicurazione, cosa che ad esempio non avviene nella regolamentazione bancaria se il titolo è allocato nel cosiddetto banking book. In altri termini, la regolamentazione assicurativa già prevede che peggioramenti del merito di credito dei Btp riducono il patrimonio della compagnia e sarebbe perciò sbagliato aggiungere un ulteriore requisito patrimoniale. Si tratterebbe quindi di uno scossone di dimensioni molto significative, vista la quantità di titoli di Stato in pancia alle assicurazioni.

Senza considerare il fatto che la compagnia di assicurazione contrae determinati impegni nei confronti degli assicurati (ad esempio, in termini di garantire un certo rendimento a specifiche polizze) e un cambiamento delle regole in corsa, che trasformasse titoli risk-free in titoli rischiosi potrebbe rendere impossibile rispettare questi impegni. Insomma, potrebbero rimetterci gli assicurati italiani.
Secondo Focarelli, il sistema finanziario ha bisogno di poter investire in un titolo privo di rischio, che da sempre è stato identificato nei titoli di stato per il semplice motivo che nessun emittente privato che opera solo entro i confini nazionali può essere meno rischioso del suo Sovrano, che ha il potere di tassazione. Solo se ci fosse un titolo di Stato europeo a rischio zero, ossia la disponibilità dei diversi Paesi europei a sostenersi a vicenda, allora potrebbe aver senso decidere quanto è rischioso il singolo titolo nazionale. Senza un titolo europeo, si creerebbe un’asimmetria a vantaggio della Germania e a svantaggio della periferia, visto che ci sarebbe un forte incentivo a comprare i Bund.

Anche la tempistica di applicazione può fare la differenza. Se una regola  costringesse banche e assicurazioni a cedere parte del proprio portafoglio in Btp alla fine del Quantitative easing, l’effetto potrebbe essere dirompente. Ma se questo obbligo fosse fissato nel periodo in cui la Bce conduce ancora la sua politica di acquisti sul mercato i soggetti cedenti sarebbero incentivati a vendere alla Bce con il risultato che la Germania – che non vuole il debito in comune – se ne troverebbe ancora di più, tramite il bilancio della banca centrale.

Referendum e spread: vediamo cosa accadrà

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Il referendum costituzionale di fine anno si avvicina. Vediamo che cosa accadrà se a spuntarla saranno i no, come sembra più probabile oggi.

Secondo i sondaggi e le stime degli analisti, in caso di vittoria del no, l’Italia entrerebbe in una fase di instabilità politica e lo Spread tra Btp e Bund tornerebbe ad ampliarsi. Le riforme sarebbero a rischio e un governo tecnico di transizione avrebbe le mani legate.

Secondo Ubs il referendum sarà l’evento più importante in Europa. Secondo le previsioni, se il governo perde il differenziale nell’immediato si amplierebbe a oltre 155 punti base, per un balzo del 15% circa dai valori attuali. In caso di vittoria dei Si, lo Spread invece si ridurrebbe di 5-10 punti base. Al momento sui mercati del reddito fisso lo Spread tra i rendimenti decennali italiani e quelli della controparte tedesca oscilla intorno ai 135 punti base.

Gli analisti preferiscono essere “long” sul decennale spagnolo piuttosto che su quello italiano e consigliano di prevedere una copertura contro una potenziale escalation dei rischi italiani con la vendita del Btp decennale italiano a favore dei treasuries statunitensi.

Il Consiglio dei ministri ha fissato, come già anticipato, la data del referendum al 4 dicembre. Secondo Massimo D’Alema, si tratta di una scelta irresponsabile visto che capita a ridosso della fine dell’anno, in concomitanza con le elezioni presidenziali austriache che potrebbero terminare con la vittoria in mano ad una forza politica anti sistema e anti europea.

Il referendum italiano che si terrà prima della fine dell’anno avrà valenza storica: in caso di vittoria del si, infatti, apporterà una modifica alla legge fondatrice italiana, mettendo fine al bicameralismo, oppure potrebbe cambiare le sorti del governo. Il premier ha annunciato che, in caso di vittoria del no, si dimetterà da primo ministro, creando una crisi e portando alla creazione di un governo tecnico di transizione prima delle eventuali elezioni anticipate (di cui tra l’altro non si sa ancora con quale legge elettorale si andrà a votare).

Se ci si basa sulle intenzioni di voto dei principali partiti d’Italia, la vittoria dei No è molto probabile. Infatti, quasi metà del PD voterebbe contro, così come tutti i partiti all’Opposizione (sia di destra, sia di sinistra) e il MoVimento 5 Stelle.

Per Societe Generale c’è il 55% di chance che Renzi perda la battaglia referendaria. Nel 2017 si rischia quindi di vivere un anno di incertezza e cambiamento politici in Europa: si terranno anche le elezioni nelle altre due grandi potenze economiche del continente e dell’area della moneta unica, la Francia e la Germania.

Petrolio: l’accordo Opec fa lievitare i prezzi

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L’Opec fissa il limite a 32,5 milioni di barili. La notizia fa lievitare del 5,32% le quotazioni a New York.

L’Opec trova un difficile accordo per il taglio delle quote di produzione e il prezzo del petrolio sale, tornando sopra quota 47 dollari e segnando in pochi minuti un guadagno del 5,32%.

Il vertice informale di Algeri, dove per tre giorni i principali Paesi produttori si sono confrontati alla ricerca di un’intesa che non scontentasse nessuno, in particolare i due ‘avversari’ Arabia Saudita e Iran, sembra essersi concluso con la decisione di far scendere il tetto della produzione dai 33,2 milioni di barili del mese scorso a 32,5 milioni di barili. La notizia non è ancora ufficiale e potrebbe essere ratificata il 30 novembre a Vienna, ma i mercati sono apparsi convinti che l’accordo sia stato trovato.

A pagare il conto più salato, secondo la proposta presentata dall’Algeria, dovrebbe essere il colosso saudita, principale fautore della politica di prezzi bassi di questi anni, che vedrà la produzione scendere di circa 400 mila barili, seguito da Emirati Arabi (circa 150 mila barili in meno) e Iraq (circa 130 mila in meno). Libia e Nigeria conserverebbero le quote attuali, mentre l’Iran, il Paese più restio all’idea di congelare la produzione dati che punta a tornare ai livelli pre-embargo, verrebbe accontentato con un piccolo incremento, pari a circa 50 mila barili al giorno.

Il taglio della produzione, il primo da otto anni a questa parte, ha messo il turbo alle quotazioni, che nel giro di pochi minuti hanno superato quota 47 dollari, dai 44 circa su cui avevano viaggiato per tutta la giornata, chiudendo a 47,05. Del resto non era scontato che gli Stati membri del Cartello raggiungessero un accordo, vista la tenace opposizione di Teheran, che vuole trarre vantaggio dalla nuova condizione di libertà d’azione determinata dalla fine delle sanzioni.

La situazione economica internazionale ha probabilmente avuto la meglio sulla geopolitica: le previsioni su prezzi in picchiata e domanda ancora in ribasso a fronte di un’offerta sovrabbondante non sono rimaste inascoltate al tavolo del grandi produttori, dove sedeva anche la Russia, pur non essendo membro effettivo del Cartello. E proprio Mosca, insieme ad Algeria e Qatar, avrebbe convinto Arabia Saudita e Iran della necessità di ritoccare i prezzi al ribasso per il bene di tutti.

Apple si sposta sul Tamigi

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Un nuovo spettacolare campus a Londra è previsto per il futuro di Apple. I lavori dureranno 5 anni ma il risultato sarà impressionante: si tratta di uno spettacolare campus a Londra, all’interno dell’ex centrale elettrica Battersea Power Station sul Tamigi.

La sede principale del business di Cupertino rimarrà sempre l’Irlanda ma per il 2021 è programmata l’inaugurazione di un nuovo Apple Campus a Londra. Attualmente Apple impiega circa 1.400 persone a Londra, dislocate in 8 diversi uffici, location che probabilmente verranno abbandonate per unire tutti i dipendenti nella nuova sede all’interno del Battersea Power Station.

Si tratta di un imponente edificio storico situato proprio sulla riva del Tamigi, una ex centrale elettrica a carbone che con la sua mole immensa domina lo skyline della metropoli. L’ex centrale, costruita tra gli anni ’30 e ’50 è rimasta abbandonata dal 1983, per poi essere ristrutturata come edificio storico rilevante ma tuttora privo di destinazione.

Il progetto annunciato di trasformarlo nell’ Apple Campus a Londra risolve definitivamente la questione: per la città si tratta del singolo contratto di locazione uffici più rilevante siglato da 20 anni a questa parte.

Apple non sarà l’unico inquilino: nell’edificio troveranno posto anche negozi, attività e appartamenti. In ogni caso è certo che Cupertino sarà la presenza principale con uno spazio di 500mila piedi quadrati, che si traducono in poco meno di 46.500 metri quadrati, sufficienti per i primi 1.400 dipendenti ma anche per arrivare fino a 3.000 in caso di espansione.

La sagoma dell’ex centrale è una vista iconica della capitale inglese che negli anni è stata riportata sulla copertina di uno degli album del 1977 dei Pink Floyd, Animals (con il grande maiale volante tra le ciminiere usato per il lancio del disco)  ma anche nel film del 1965 “Help” dei Beatles, nella brochure dell’album “Quadrophenia” degli Who fino al libretto di “The Resistance” dei Muse.

Snam: diamo un’occhiata al titolo

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Il titolo Snam ha guadagnato terreno in controtendenza rispetto al mercato: l’attenzione è rivolta ora alla quotazioni di Italgas attese per metà novembre.

Snam registra un bel rialzo in controtendenza rispetto all’indice delle blue chips. Il titolo si è fermato a 4,934 euro, a ridosso dei massimi intraday, con un vantaggio dell’1,52% e oltre 12 milioni di azioni transitate sul mercato a fine sessione, al di sopra della media giornaliera degli ultimi tre mesi pari a circa 10,5 milioni di pezzi.

L’attenzione del mercato però è rivolta all’appuntamento di metà novembre, ovvero alla quotazione in Borsa di Italgas, controllata da Snam. La società si appresta a tornare in Borsa dopo 13 anni, pare non sia ancora stato definito un valore preciso, ma si starebbe ragionando intorno ad una capitalizzazione compresa tra 3,5 e 4 miliardi di euro.

Al termine dello spin-off e in seguito alla quotazione, Snam si troverà a detenere il 13,5% del capitale di Italgas, mentre il 26% sarebbe nelle mani di Cassa Depositi e Prestiti.

Secondo gli analisti di Banca Akros, Snam ha iniziato a beneficiare dello spazio di re-leverage legato allo spin-off di Italgas con l’acquisto di una quota di minoranza in Gas Connect Austria.
Gli esperti segnalano che Snam tratta con un premio di quasi il 30% rispetto all’equity Rab di fine anno, motivo per cui mantengono un atteggiamento cauto con una raccomandazione “neutral” e un prezzo obiettivo a 5 euro.

Il premio di quasi il 30% sulla Rab viene riconosciuto anche dai colleghi di Mediobanca Securities che però ritengono ciò interessante nell’attuale contesto di mercato. Per questo motivo gli analisti confermano una strategia bullish per Snam, con una raccomandazione “outperform” e un target price a 5,5 euro.

Gli esperti di Equita SIM consigliano invece di mantenere il titolo in portafoglio, con un fair value a 5,6 euro.

Non si sbilancia neanche Icbpi che a Snam assegna una raccomandazione “neutral”, con un prezzo obiettivo a 5,45 euro. Gli analisti focalizzano la loro attenzione sulle ultime dichiarazioni dell’AD Alverà, dal quale si è appreso che Snam è disponibile a dare un contributo allo sviluppo di una rete infrastrutture per il rifornimento di mezzi alimentati a gas.

Il manager ha affermato che il gruppo da lui guidato sta studiando la possibilità di mettere al servizio dell’Italia la sua capacità di realizzare le opere e di investire in infrastrutture.
Secondo gli esperti di Icbpi l’eventuale interesse per progetti di questo tipo rappresenterebbe per Snam una strada per raggiungere una parziale differenziazione del proprio business rispetto alle attività regolamentate, con l’obiettivo di poter cogliere eventuali opportunità in termini di più elevati tassi di crescita.